Forte come l’onda è il mio amore (Francesco Zingoni)

Tornano le presentazioni con l’autore e si riparte con una bella storia.

Se siete nei paraggi venite a sentirla!

Volantino_ZINGONI

 

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E arrotolati ‘sto calzino!

Immagine presa qui

Sarà che per conformazione non mi sono mai posta il problema. Sarà che lui è Pennac. Ma questo pezzo mi fa morire dal ridere.
Perdonatemi.

Dodo mi ha svegliato in piena notte. Piangeva. Gli ho chiesto il perché, non ha voluto dirmelo. Allora gli ho chiesto perché mi avesse svegliato. E così mi ha detto che i suoi amici lo prendevano in giro perché quando faceva pipì lui arrivava meno lontano di loro. Ho chiesto fino a dove. Mi ha detto non lontano. La mamma non ti ha insegnato? No. Gli ho chiesto se adesso gli scappava. Sì. Gli ho chiesto se arrotolava bene il calzino prima di fare pipì. Mi ha detto: come, il calzino? Siamo andati sul balcone e gli ho mostrato come si fa ad arrotolare il calzino. È una cosa che mi ha insegnato Violette quando ero piccolo, facendomi il bagno: Arrotolati un po’ il calzino, non sia mai che ti vengono i funghi! La punta è uscita fuori e lui ha pisciato lontanissimo, fin sul tettuccio della Hotchkiss dei Bergerac. Era parcheggiata sotto casa. Ha pisciato fino all’altro lato del marciapiede. Era così contento che faceva pipì ridendo. E questo mandava il getto ancora più lontano, a raffiche. Ho avuto paura che la mamma si svegliasse e gli ho messo la mano sulla bocca. Ha continuato a ridere nella mia mano.

I maschi pisciano in tre modi: 1) Seduti. 2) In piedi senza arrotolare il calzino. 3) In piedi arrotolandolo. (Il calzino è il prepuzio. Confermato dal dizionario).  Quando lo arrotoli pisci molto più lontano. Ed è incredibile che la mamma non l’abbia insegnato a Dodo! Anche se in realtà dovrebbe essere istintivo. Se è così, perchè Dodo non l’ha scoperto da solo? E’ possibile che certi uomini passino la vita ad innaffiarsi i piedi solo perchè non gli è mai venuto in mente di arrotolarsi il calzino? Ci ho pensato tutto il giorno sentendo parlare i miei professori: Lhuillier, Pierral, Auchard. Con l’infinità di cose che sanno sulle “tappe della civiltà” (come direbbe la mamma), magari non gli è venuto mai in mente di arrotolarsi il calzino! Il professor Lhuillier, per esempio, con quella sua aria di voler insegnare tutto a tutti, sono sicuro che si piscia sui piedi e si chiede perchè.

Da Storia di un corpo di Daniel Pennac

Una donna (Sibilla Aleramo)

(Libro disponibile per il prestito)

Romanzo pubblicato per la prima volta nel 1906.
Ma più che un romanzo è l’autobiografia di una parte di vita di una donna italiana della borghesia italiana di inizio Novecento.
Una storia che mi ha datto diversi spunti di riflessione. Perchè io le donne borghesi di inizio Novecento me le immaginavo tutte compite, un po’ sottomesse, un po’ frivole.
Con questo libro ho invece scoperto che il femminismo, quello autentico e non quello caricaturale, non è nato negli anni Sessanta. Perchè c’erano donne che già ad inizio secolo, ma probabilmente da sempre, che si ponevano dubbi non solo sulla genrale condizione della donna, ma proprio sulla loro
muta accettazione di tutta una serie di vincoli ed ingiustizie.
E’ un linguaggio semplice, quello della Aleramo, di donna che non ha studiato ma che osserva, riflette e vuole capire.
La si accompagna durante la sua adolescenza, mentre segue adorante il padre ed inizia a lavorare per lui. La si vorrebbe difendere dalla violenza dell’impiegato e impedirle di sposarlo con quei presupposti. Si condividono con lei gli aspetti più teneri della maternità. E la si incoraggia, nella seconda parte del libro, a realizzare le sue aspirazioni, a non cedere ai ricatti del marito, a vivere la propria vita secondo la propria natura. Cosa che poi ha fatto, ma ad un prezzo sicuramente molto alto.
“Era una collezionista di incontri” scrive nella prefazione Anna Folli. Credo sia stata questa definizione a convincermi a leggere il libro, una definizone che vorrei un giorno riuscire a meritare anche io.
E’ un libro da regalare alle donne, soprattutto a quelle sposate e alle madri, che possono meglio delle altre riconoscersi in alcuni meccanismi descritti dall’autrice, anche se a volte il linguaggio porta il segno di un’epoca lontana. Ma solo a volte.

Il brano che più mi ha colpita è una riflessione sulla maternità che condivido totalmente (il grassetto è mio):

Perchè nella maternità adoriamo il sacrifizio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna?
Di madre in figlia, da secoli, si tramanda il servaggio. E’ una mostruosa catena.
Tutte abbiamo, a un certo punto della vita, la coscienza di quel che fece pel nostro bene chi ci generò; e con la coscienza il rimorso di non aver compensato adeguatamente l’olocausto della persona diletta. Allora riversiamo sui nostri figli quanto non demmo alle madri, rinnegando noi stesse e offrendo un nuovo esempio di mortificazione, di annientamento.
Se una buona volta la catena si spezzasse, e una madre non sopprimesse in sé la donna, e un figlio apprendesse dalla vita di lei un esempio di dignità?
Allora si incomincerebbe a comprendere che il dovere dei genitori s’inizia ben prima della nascita dei figli e che la loro responsabilità va sentita innanzi, appunto allora che più la vita egoistica urge imperiosa, seduttrice.
Quando nella coppia umana fosse la umile certezza di possedere tutti gli elementi necessari alla creazione d’un nuovo essere integro, forte, degno di vivere, da qual momento, se un debitore v’ha da essere, non sarebbe questi il figlio?
Per quello che siamo, per la volontà di tramandare più nobile e più bella in essi la vita, devono esserci grati i figli, non perchè, dopo averli ciecamente suscitati dal nulla, rinunziamo all’essere noi stessi…

 

Beata la zuppa di lenticchie!

“Rose-Marie, mi tormenta un languore tale che non riesco a credere di avere già pranzato”.

“Eppure l’hai fatto, papà. Ti ho visto io”.

“Ciò che mi hai visto fare non era pranzare” ha replicato papà.

“Non era pranzare?”

Papà ha agitato le braccia attorno a sè in modo bizzarro e improvviso.

“Erba solo erba” ha esclamato gemendo con notevole impazienza.

“Ma hai mangiato della zuppa di lenticchie…è scientificamente provato che contiene tutti i nutrimenti necessari…”

“Beata la zuppa di lenticchie. Come la invidio. Anch’io vorrei contenere tutti i nutrienti necessari. Ma qua dentro” e così dicendo si è afferrato di nuovo con le mani, “non c’è proprio niente”.

( da Lettere di una donna indipendente di Elizabeth von Arnim)

Resitere non serve a niente (Walter Siti)

resistereLo voglio dire subito: è un bel libro che non consiglierò, né regalerò, mai a nessuno. Perchè è un libro che ti mette di cattivo umore.
L’autore è di una bravura indiscutibile: ci sono pezzi anche un po’ difficili, almeno per me, da rileggere più volte.
Io non l’ho fatto. Rileggere, intendo. E’ un libro che ho letto in fuga: alle spalle una valanga di fango ed esseri spregevoli da cui volevo allontanarmi al più presto. Mi è capitato altre volte ed in genere risolvevo abbandonando il libro. Questa volta sono arrivata alla fine perchè il libro era credibile in modo fastidioso. E’ una via di mezzo tra un romanzo, un’intervista, un reportage ma te ne accorgi troppo tardi. Il romanzo l’avrei mollato a metà ma a quel punto volevo capire. E quello che viene spiegato in questo libro è l’attuale mondo della finanza, i suoi intrecci con politica e criminalità, la sua fame di soldi e carne fresca, il suo camminare sempre oltre la legalità raccontandosi che invece no o, peggio, che è normale. Un mondo popolato da gente raccapricciante, spesso anche intelligente, qualità che riesce ad usare solo per abbruttirsi. Denaro a fiumi e neanche un briciolo di umanità. O di felicità. Una storia che rievochi ad ogni telegiornale, ad ogni articolo sulla politica, di fronte ad una banca o ad un cartellone pubblicitario con in primo piano una modella bellissima.

Se l’intento dell’autore era di investire il lettore con tutto il marcio che ci circonda secondo me ci è riuscito benissimo: il suo libro è terribilmente efficace. Non so come sia riuscito a tenersene fuori, a non esprimere neanche il barlume di un giudizio: è uno degli aspetti che contribuisce alla mia sensazione di fastidio. Si ha l’impressione che quella sia l’unica via possibile verso la ricchezza ed il successo. Che ogni altra strada sia imperdonabile ingenuità: in questo libro perfino le dodicenni hanno capito come gira il mondo. Io di anni ne ho molti di più e continuo a non farmene una ragione.
Avrei bisogno di un’altra storia, adesso: per favore, professor Siti, ci può pensare lei?

“Quel che ha rimodernato in primo luogo è il rapporto con la politica, intesa non più come uno scambio di protezioni e intimidazioni ma come un progredire insieme verso il futuro. Al ricatto ha sostituito, o almeno sovrapposto, il gusto dell’apparire. Invece che limitarsi a finanziare le campagne elettorali, il Fondo aiuta i politici a realizzare opere pubbliche invocate dalla collettività (il che evidentemente ha un feedback positivo sulla rielezione) e a pubblicizzarle con clamore; facilita il collocamento dei prestiti statali a buoni tassi di interesse in cambio dell’assicurazione che non verranno approvate leggi restrittive sui derivati e non saranno liberalizzate le droghe. Manipolando i rating la finanza può far sopravvivere o mettere in seria difficoltà un governo; un macro-fondo con disponibilità miliardaria può ripagare “sotto il banco” parti del debito non dichiarate ai cittadini ed evitare stangate fiscali o picconate al welfare. Invece che sentirsi “compromesso” (o peggio, “ostaggio”), il politico che intrattenga cordiali relazioni con la finanza a background criminale può raccontarselo come un lavorare sinergico per un unico, eterodosso risultato di riformismo strutturale.”

Olive Kitteridge (Elizabeth Strout)

olive_kitteridge(Libro disponibile per il prestito)

Il parere personale di Olive è che la vita si basi su quelle che lei considera “grosse esplosioni” e “piccole esplosioni”. Le grosse esplosioni sono il matrimonio, i figli, gli amici intimi che ci tengono a galla, ma queste cose nascondono correnti invisibili e pericolose. Ecco perchè si ha bisogno anche delle piccole esplosioni: un commesso amichevole da Bradlee’s, per esempio, oppure la cameriera del Dunkin Donuts, che sa come vuoi il caffè. Sono faccende complicate, davvero.

Olive Kitteridge mi assomiglia tantissimo.

E’ un’anziana signora del Maine sposata da sempre con un paziente farmacista. Ok, non sono proprio anziana, mio marito è quanto di più lontano da un farmacista e non ho mai messo piede negli USA. Ma questi sono dettagli.
Olive è burbera, schiva, brontolona. Il genere di persona con cui non usciresti mai a cena ma che però non ti dispiacerebbe avere come vicina di casa. La persona da cui non correresti mai per raccontarle che ti sei innamorata ma la prima persona che chiameresti in caso di difficoltà.
Donna di pochi sorrisi, Olive: credo che durante le 380 pagine del libro riesca a non farsene scappare neanche uno. E’ perennemente a disagio, fuori posto, fuori tempo. Sbaglia tutto: il rapporto con il marito, con il figlio, con i vicini. Nei ricordi dei suoi studenti lei è la terribile insegnante di matematica. Tutti sembrano sempre riuscire ad essere migliori di lei con molta meno fatica. Eppure anche gli altri sono anziani, hanno figli difficili, affrontano problemi: ma è come se gli altri fossero disegnati nel proprio quadro mentre lei, Olive, sembra più lo scherzo di un destino cinico.

Il libro è composto da 13 racconti indipendenti, tutti ambientati nella stessa cittadina del Maine. I personaggi cambiano sempre. L’unica che c’è sempre è lei, Olive: a volte come protagonista a volte come sfumata comparsa.

E’ un libro che ho amato molto: per la costruzione originale e per questo personaggio obiettivamente sgradevole ma in cui mi sono riconosciuta. Ho sentito tutto il dolore delle sue disavventure, alcune delle quali diretta conseguenza del suo carattere di m difficile. E l’ho accompagnata fino all’ultimo, meraviglioso, capitolo: quello in cui fa finalmente pace con se stessa. Se c’è riuscita lei qualche speranza ce l’ho anch’io.

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Quello che i giovani non sanno, pensò Olive mentre si sdraiava accanto a quell’uomo, con la mano di lui sulla spalla, sul braccio; oh, quello che i giovani non sanno. Non sanno che i corpi anziani, rugosi e bitorzoluti sono altrettanto bisognosi dei loro corpi giovani e sodi, che l’amore non va respinto con noncuranza, come un pasticcino posato assieme ad altri su un piatto passato in giro per l’ennesima volta. No, se l’amore era disponibile, lo si sceglieva, o non lo si sceglieva. E se il piatto di Olive era stato pieno della bontà di Henry e lei lo aveva trovato gravoso, limitandosi a mangiucchiare qualche briciola alla volta, era perchè non sapeva quello che tutti dovrebbero sapere: che sprechiamo inconsciamente un giorno dopo l’altro.
E perciò, se l’uomo accanto a lei non era il genere di uomo che lei avrebbe scelto prima di allora, che importanza aveva? Molto probabilmente neanche lui avrebbe scelto lei.
Però erano lì, e Olive si immaginò due fette di formaggio svizzero premuti insieme, i buchi che ciascuno dei due aveva da dare a quell’unione, i pezzi che la vita ti levava di dosso.
Olive aveva gli occhi chiusi, e la sua anima stanca era attraversata da ondate di gratitudine, e rimpianto. Immaginò la stanza piena di sole, le pareti accerezzate dai raggi, i cespugli là fuori. Il mondo la confondeva. Non voleva lasciarlo.

Cavilli

Viaggio elettoraleNotai una tranquilla moderazione di giudizi e di parole, che è il segno della virilità.
Avevo innanzi un carattere…

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Il cavillo è non solo la menzogna, ma la coscienza è quasi il vanto della menzogna.
Riconoscere l’errore o il torto o la sconfitta, e non ostinarsi, non sottilizzare, non pettegoleggiare, questo è il segno della vera forza de’ popoli e degl’individui.

Alcuni tirano vanità dal cavillo, quasi fosse mostra d’ingegno, anzi lo spirito cavillo è detto anche ingegnoso. E non veggono che questa trista facoltà, la quale i nostri antichi attribuivano al demonio, esprime anche la menzogna per rispetto all’ingegno, è un falso ingegno, sperduto ne’  particolari, a cui è negata la vista della verità.
I grandi ingegni non sono mai cavillosi; il cavillo è il carattere della mediocrità.

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(da “Un viaggio elettorale” – Francesco De Sanctis – 1875)

De Sanctis sta compiendo un viaggio tra i paesi della sua circoscrizione nell’Alta Irpinia per raccogliere i voti necessari a farsi eleggere alla Camera. L’anno è il 1875 ed è inverno: il viaggio è difficoltoso, tra intemperie ed accoglienze non sempre calorose. Sono i luoghi della sua infanzia che lui ama e da cui spera di essere riamato. Cerca di capirne le dinamiche politiche, si dimostra attento alle esigenze della gente, si propone come “deputato di tutti”.
Fa addirittura tenerezza in alcuni punti, quando ad esempio si strugge perchè un sindaco non è venuto a salutarlo o perchè non accorre abbastanza gente ad ascoltarlo.
Dinamiche e discorsi un po’ superati. Ma, ogni tanto, qualche pensiero valido anche per i nostri tempi moderni.

 

I cinque sensi nella letteratura (cerco segnalazioni)

Mi hanno coinvolta in un progetto teatrale nel quale, insieme alle ragazze del mio gruppo di lettura, si leggeranno dei brani sul tema dei cinque sensi. Siamo nella fase della scelta dei testi e sono un po’ in difficoltà. Non si tratta di individuare libri interamente dedicati ad uno o più sensi, ma singoli brani che descrivano il senso o la sua assenza, magari inseriti in libri che parlando di tutt’altro.

Mi aiutate? C’è qualcosa su questo tema nel libro che avete adesso in borsa o sul comodino?

Eventuali segnalazioni qui nei commenti o, meglio ancora, via email (franca.berbennichiocciolagmail.com)

Grazie!

Oltre la soglia (Tito Faraci)

oltre la soglia“Una volta avevano un nome. Adesso se lo sono dimenticati perfino loro. Questo malgrado abbiano mantenuto un discreto livello di efficienza mentale, per essere degli adulterati tipo beta. Chiaramente non durerà: il declino può essere più o meno lento, ma è comunque inesorabile. Se ne rendono conto ma in modo vago, senza angoscia. Essere adulterati ha almeno questo vantaggio: libera da certi sentimenti spiacevoli, come l’ansia, il rimorso, il timore per il futuro. Azzera le prospettive.”

Ah no. A me questi libri non piacciono.
Che poi me li sogno di notte (cosa che è puntualmente successa, complice un dente del giudizio poco giudizioso).
E’ un genere che fatico a gestire e da cui mi tengo alla larga.
Ma questa volta conoscevo l’autore, di fama prima e di fame poi, nel senso che abbiamo avuto l’occasione di mangiare una pizza insieme. E la curiosità con me vince sempre.
L’ho letto in pochi giorni. Ogni volta che lo riponevo il pensiero era: “No, a me questi libri non piacciono” ma poi ogni sera lo riaprivo con la voglia di sapere che sarebbe successo ai protagonisti. E prima di far vincere il pensiero di cui sopra mi ero spolpata un bel po’ di capitoletti. Insidiosissimi, i capitoletti: te ne puoi sempre permettere “ancora uno” e non la finisci più.
Mi raggrinzivo di fronte alle scene più orride ma non riuscivo a chiuderlo. Ho fatto il tifo per Jaco, per Nico, per Sarah, per Anna, per Mila. Ho detestato Alan e Chantal. Ho sospettato di Ray fino all’ultima pagina.
Alla fine le stelline sono quattro. Perchè a me questi libri non piacciono ma non posso certo dire che questo sia un libro “così così”. Lo divori. E un po’ lui divora te.
Tra le cosa che mi sono piaciute di più ci sono l’idea di inserire i post di un blog (che sembra una nota di paesaggio e invece…)ed il gioco di assonanza tra le parole “adulto” ed “adulterato”.
In questo periodo poi sono particolarmente sensibile a tutto quello che riguarda gli adolescenti, quelli in cui intravedi gli adulti che saranno e capisci che il mondo può ancora essere un posto migliore.
Insomma, Tito, mi hai fregata.
Che a me questi libri non piacciono.

Incontro con l’autore

Io e l’autore Davide Mosca ci troveremo per due chiacchiere sul suo ultimo romanzo.

Vi aspetto!

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