Resitere non serve a niente (Walter Siti)

resistereLo voglio dire subito: è un bel libro che non consiglierò, né regalerò, mai a nessuno. Perchè è un libro che ti mette di cattivo umore.
L’autore è di una bravura indiscutibile: ci sono pezzi anche un po’ difficili, almeno per me, da rileggere più volte.
Io non l’ho fatto. Rileggere, intendo. E’ un libro che ho letto in fuga: alle spalle una valanga di fango ed esseri spregevoli da cui volevo allontanarmi al più presto. Mi è capitato altre volte ed in genere risolvevo abbandonando il libro. Questa volta sono arrivata alla fine perchè il libro era credibile in modo fastidioso. E’ una via di mezzo tra un romanzo, un’intervista, un reportage ma te ne accorgi troppo tardi. Il romanzo l’avrei mollato a metà ma a quel punto volevo capire. E quello che viene spiegato in questo libro è l’attuale mondo della finanza, i suoi intrecci con politica e criminalità, la sua fame di soldi e carne fresca, il suo camminare sempre oltre la legalità raccontandosi che invece no o, peggio, che è normale. Un mondo popolato da gente raccapricciante, spesso anche intelligente, qualità che riesce ad usare solo per abbruttirsi. Denaro a fiumi e neanche un briciolo di umanità. O di felicità. Una storia che rievochi ad ogni telegiornale, ad ogni articolo sulla politica, di fronte ad una banca o ad un cartellone pubblicitario con in primo piano una modella bellissima.

Se l’intento dell’autore era di investire il lettore con tutto il marcio che ci circonda secondo me ci è riuscito benissimo: il suo libro è terribilmente efficace. Non so come sia riuscito a tenersene fuori, a non esprimere neanche il barlume di un giudizio: è uno degli aspetti che contribuisce alla mia sensazione di fastidio. Si ha l’impressione che quella sia l’unica via possibile verso la ricchezza ed il successo. Che ogni altra strada sia imperdonabile ingenuità: in questo libro perfino le dodicenni hanno capito come gira il mondo. Io di anni ne ho molti di più e continuo a non farmene una ragione.
Avrei bisogno di un’altra storia, adesso: per favore, professor Siti, ci può pensare lei?

“Quel che ha rimodernato in primo luogo è il rapporto con la politica, intesa non più come uno scambio di protezioni e intimidazioni ma come un progredire insieme verso il futuro. Al ricatto ha sostituito, o almeno sovrapposto, il gusto dell’apparire. Invece che limitarsi a finanziare le campagne elettorali, il Fondo aiuta i politici a realizzare opere pubbliche invocate dalla collettività (il che evidentemente ha un feedback positivo sulla rielezione) e a pubblicizzarle con clamore; facilita il collocamento dei prestiti statali a buoni tassi di interesse in cambio dell’assicurazione che non verranno approvate leggi restrittive sui derivati e non saranno liberalizzate le droghe. Manipolando i rating la finanza può far sopravvivere o mettere in seria difficoltà un governo; un macro-fondo con disponibilità miliardaria può ripagare “sotto il banco” parti del debito non dichiarate ai cittadini ed evitare stangate fiscali o picconate al welfare. Invece che sentirsi “compromesso” (o peggio, “ostaggio”), il politico che intrattenga cordiali relazioni con la finanza a background criminale può raccontarselo come un lavorare sinergico per un unico, eterodosso risultato di riformismo strutturale.”

Oltre la soglia (Tito Faraci)

oltre la soglia“Una volta avevano un nome. Adesso se lo sono dimenticati perfino loro. Questo malgrado abbiano mantenuto un discreto livello di efficienza mentale, per essere degli adulterati tipo beta. Chiaramente non durerà: il declino può essere più o meno lento, ma è comunque inesorabile. Se ne rendono conto ma in modo vago, senza angoscia. Essere adulterati ha almeno questo vantaggio: libera da certi sentimenti spiacevoli, come l’ansia, il rimorso, il timore per il futuro. Azzera le prospettive.”

Ah no. A me questi libri non piacciono.
Che poi me li sogno di notte (cosa che è puntualmente successa, complice un dente del giudizio poco giudizioso).
E’ un genere che fatico a gestire e da cui mi tengo alla larga.
Ma questa volta conoscevo l’autore, di fama prima e di fame poi, nel senso che abbiamo avuto l’occasione di mangiare una pizza insieme. E la curiosità con me vince sempre.
L’ho letto in pochi giorni. Ogni volta che lo riponevo il pensiero era: “No, a me questi libri non piacciono” ma poi ogni sera lo riaprivo con la voglia di sapere che sarebbe successo ai protagonisti. E prima di far vincere il pensiero di cui sopra mi ero spolpata un bel po’ di capitoletti. Insidiosissimi, i capitoletti: te ne puoi sempre permettere “ancora uno” e non la finisci più.
Mi raggrinzivo di fronte alle scene più orride ma non riuscivo a chiuderlo. Ho fatto il tifo per Jaco, per Nico, per Sarah, per Anna, per Mila. Ho detestato Alan e Chantal. Ho sospettato di Ray fino all’ultima pagina.
Alla fine le stelline sono quattro. Perchè a me questi libri non piacciono ma non posso certo dire che questo sia un libro “così così”. Lo divori. E un po’ lui divora te.
Tra le cosa che mi sono piaciute di più ci sono l’idea di inserire i post di un blog (che sembra una nota di paesaggio e invece…)ed il gioco di assonanza tra le parole “adulto” ed “adulterato”.
In questo periodo poi sono particolarmente sensibile a tutto quello che riguarda gli adolescenti, quelli in cui intravedi gli adulti che saranno e capisci che il mondo può ancora essere un posto migliore.
Insomma, Tito, mi hai fregata.
Che a me questi libri non piacciono.

La notte dell’oracolo

Titolo originale dell’opera: Oracle night

Data di pubblicazione: 2004

Paul Auster è uno che scrive cose strane.

E’ meglio che sia chiaro, prima che iniziate a leggere uno qualsiasi dei suoi libri.

Per me questo è il primo ed all’inizio ho avuto qualche difficoltà. Finchè qualcuno mi ha detto: “Beh, Auster è strano” e allora mi sono messa l’anima in pace.

La  storia è semplicissima: Sid Crop, giovane scrittore,  si sta riprendendo lentamente da una grave malattia aiutato dall’amorevole fidanzata Grace.

L’amico John Trause, scrittore di successo, gli propone di scrivere una storia prendendo spunto da un episodio raccontato in Falco Maltese, in cui un certo Flitcraft decide di uscire dalla propria vita e sparire. Sid compra un nuovo taccuino (la faccio breve, eh…) ed inizia a scrivere. La storia che scrive parla di Nick, un editore  a cui una certa Rosa affida il manoscritto della propra nonna. Il manoscritto si intitola La notte dell’oracolo e racconta la storia di un tenente inglese Lemuel Flagg  che durante la prima guerra mondiale viene trovato in un bosco, svenuto e ferito, da due orfani francesi che lo curano e lo salvano; quando la guerra finisce il tenente porta i due ragazzini in Inghilterrra con sè e li adotta. Nick leggerà questo manoscritto mentre è su un aereo che ha preso  a caso dopo essere uscito di casa dicendo a sua moglie: “Porto fuori la spazzatura!”. L’aereo è diretto a Kansas City. Qui Nick arriva da uomo ricco e si ritrova, nel gito di 24 ore, senza un soldo. Lascia quindi l’albergo costosissimo in cui ha dormito e si mette ad aiutare Edward Victory, un ex tassista con il pallino per le guide telefoniche d’annata. Ma Sid Crop, mentre scrive questa storia sta anche pensando ad uno sceneggiato che ha come tema la macchina del tempo: i protagonisti sono Jack che arriva dal 1895 e Jill che arriva dal 22° secolo. I due si incontrano nel 1963 (coraggio, dove mai si incontreranno, i due, nel 1963?)

Pensate siano troppe storie per un libro solo? Macchè. Il buon Auster vi racconterà anche quella contenuta nel manoscritto che gli regala l’amico Trause (ma che lui perderà subito dopo), vi racconterà un’avventura surreale con un cinese titolare di una cartoleria. E poi penserà alla storia della fidanzata Grace e a quella del suo amico Trause, da cui trarrà un racconto in cui le due storie si incastrano in modo poco piacevole ma sempre più convincente per Sid.

Raccontato così, questo libro può sembrare orrendo, complicato, confuso. Eppure vi consiglio di leggerlo. Anche solo per il coraggio che ha avuto Auster ad infilare tutte queste storie in un libro di 200 pagine e non essersele giocate,come farebbero i più, in 20 libri da 300 pagine ciascuno. Leggetelo se volete confrontarvi con qualcosa di diverso e che vi farà riflettere su cosa sia davvero un libro, su cosa debba raccontare e su cosa spinga un autore a scriverlo. Non è un libro per chi d’abitudine legge poco: serve una certa dimestichezza con i salti tra i piani narrativi. Una penna ed un pezzo di carta a portata di mano possono essere utili.

Per un attimo mi ha ricordato Se una notte d’inverno un viaggiatore, di Calvino: anche là un sacco di storie iniziavano e non trovavano una fine. Nel libro di Calvino il protagonista era un lettore mentre nella Notte dell’oracolo è uno scrittore, o perlomeno un aspirante tale. Due punti di vista diversi per osservare forse la stessa cosa: la vita delle storie nei libri.

Paul Auster mi ha incuriosita. Credo che il prossimo passo sarà La trilogia di New York. Chissà se gli riuscirà di nuovo di farmi piacere un libro che, mentre provo a raccontarlo, sembra orribile anche a me.

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La sua vita avrebbe potuto essere interrotta a casaccio dalla caduta di una trave: e lui a casaccio avrebbe cambiato vita, semplicemente andando via.

Io, per esempio, se mi avessero dato la scelta tra viaggiare in avanti o all’indietro, non avrei avuto dubbi. Molto, ma molto meglio ritrovarmi tra i non più vivi che tra i non ancora nati. (…) Nessuno vuol sapere quando morirà o quando sarà tradito dalla persona che ama. Ma invece siamo ansiosi di conoscere i morti prima che fossero morti, di avere un contatto con i morti come esseri viventi.

La principessa sposa

Se fossimo seduti al bar e stessimo parlando di libri, ti racconterei La principessa sposa, di William Goldman, probabilmente così:

Questa storia (Alessandro Baricco)

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Questa storia è un romanzo che è stato pubblicato nel 2005. Io immagino di averlo acquistato quasi subito ma poi rimase per un po’ a riposare su qualche scaffale.

Ricordo benissimo quando ne iniziai a sfogliare le prime pagine. Era il 2007. Primavera, o giù di lì. Un esperimento di lettura condivisa tra i più fallimentari della mia carriera. Non era colpa del libro. Io non ero io nel 2007. E’ come se in quell’anno tutto il peggio di me fosse salito in superficie trasformandosi in un brufolo che, alla fine, scoppiò nel più disgustoso dei modi. Ci sono brutture che ci appartengono e che tendiamo a nascondere. Io, quella mia del 2007, la nascondo ma non la dimentico, che voglio ricordarmi bene quanto sono riuscita ad essere cretina.

Una cosa sensata però in quel periodo la feci. E fu interrompere la lettura di questo libro dopo poche pagine, in modo che tutto il fango che arrivò poco dopo non lo sfiorò nemmeno.

Se detestate Baricco, lui e il suo modo di scrivere, non leggete questo libro: vi irriterà quanto tutti gli altri.
Se di Baricco non avete mai letto niente, procedete per gradi: partite magari da Novecento, che quello è piaciuto un po’ a tutti, e poi magari azzardate Seta (che è comunque corto) e, se ancora non lo odiate a morte, potete passare ad Oceanomare.
Insomma, Questa storia lo lascerei per chi Baricco già lo conosce e lo ama, per chi riesce a trovare in quel suo modo di scrivere qualcosa che lo gratifica nel profondo: una specie di navigata in acque sicure e conosciute.
La storia è ambientata in Europa lungo i primi decenni del Novecento, tra le prime automobili, le prime gare, la prima guerra mondiale. Nei libri di Baricco, in genere, la storia è un pretesto per raccontare dei personaggi bizzarri e stravaganti, sì, ma con con quel tanto di umanità che ti resta sempre il dubbio che uno così, da qualche parte, in qualche tempo, può essere esistito davvero. E ti piacerebbe un sacco averlo incontrato.
Succede così anche in Questa storia (e pagherei per sapere il perchè di questo titolo) attraversata da Ultimo, bambino che diventa uomo e poi anziano con la passione per le auto ma soprattutto per le strade. Al punto che ne inventerà una, di strada, che avrà la forma della sua vita.
Abbiate pazienza, ma a me queste cose ribaltano l’anima.

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Mi ha detto che secondo lui la gente vive per anni e anni, ma in realtà è solo in una piccola parte di quegli anni che vive davvero, e cioè negli anni in cui riesce a fare ciò per cui è nata. Allora, lì, è felice. Sembri triste, ma è solo che stai aspettando, o ricordando. Non è triste la gente che aspetta, e nemmeno quella che ricorda. Semplicemente è lontana.

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Voglio raccontarle una cosa, Florence. Mio padre era un uomo molto ricco, molto più di me. Si mangiò quasi tutto inseguendo un sogno assurdo, una faccenda di ferrovie, una bestialità. Gli piacevano i treni. Quando incominciò a vendere le proprietà io andai da mia madre e le chiesi: perché non lo fermi? Avevo sedici anni. Mia madre mi diede un ceffone. Poi mi disse una frase che lei, Florence, deve imparare a memoria. Mi disse: se ami qualcuno che ti ama, non smascherare mai i suoi sogni. Il più grande, e illogico, sei tu.

Il più grande uomo scimmia del Pleistocene (Roy Lewis)

Se fossimo seduti al bar e stessimo parlando di libri, ti racconterei Il più grande uomo scimmia del Pleistocene, di Roy Lewis, probabilmente così:

Amore mio infinito (Aldo Nove)

Se fossimo seduti al bar e stessimo parlando di libri, ti racconterei Amore mio infinito, di Aldo Nove, probabilmente così: