E arrotolati ‘sto calzino!

Immagine presa qui

Sarà che per conformazione non mi sono mai posta il problema. Sarà che lui è Pennac. Ma questo pezzo mi fa morire dal ridere.
Perdonatemi.

Dodo mi ha svegliato in piena notte. Piangeva. Gli ho chiesto il perché, non ha voluto dirmelo. Allora gli ho chiesto perché mi avesse svegliato. E così mi ha detto che i suoi amici lo prendevano in giro perché quando faceva pipì lui arrivava meno lontano di loro. Ho chiesto fino a dove. Mi ha detto non lontano. La mamma non ti ha insegnato? No. Gli ho chiesto se adesso gli scappava. Sì. Gli ho chiesto se arrotolava bene il calzino prima di fare pipì. Mi ha detto: come, il calzino? Siamo andati sul balcone e gli ho mostrato come si fa ad arrotolare il calzino. È una cosa che mi ha insegnato Violette quando ero piccolo, facendomi il bagno: Arrotolati un po’ il calzino, non sia mai che ti vengono i funghi! La punta è uscita fuori e lui ha pisciato lontanissimo, fin sul tettuccio della Hotchkiss dei Bergerac. Era parcheggiata sotto casa. Ha pisciato fino all’altro lato del marciapiede. Era così contento che faceva pipì ridendo. E questo mandava il getto ancora più lontano, a raffiche. Ho avuto paura che la mamma si svegliasse e gli ho messo la mano sulla bocca. Ha continuato a ridere nella mia mano.

I maschi pisciano in tre modi: 1) Seduti. 2) In piedi senza arrotolare il calzino. 3) In piedi arrotolandolo. (Il calzino è il prepuzio. Confermato dal dizionario).  Quando lo arrotoli pisci molto più lontano. Ed è incredibile che la mamma non l’abbia insegnato a Dodo! Anche se in realtà dovrebbe essere istintivo. Se è così, perchè Dodo non l’ha scoperto da solo? E’ possibile che certi uomini passino la vita ad innaffiarsi i piedi solo perchè non gli è mai venuto in mente di arrotolarsi il calzino? Ci ho pensato tutto il giorno sentendo parlare i miei professori: Lhuillier, Pierral, Auchard. Con l’infinità di cose che sanno sulle “tappe della civiltà” (come direbbe la mamma), magari non gli è venuto mai in mente di arrotolarsi il calzino! Il professor Lhuillier, per esempio, con quella sua aria di voler insegnare tutto a tutti, sono sicuro che si piscia sui piedi e si chiede perchè.

Da Storia di un corpo di Daniel Pennac

Una donna (Sibilla Aleramo)

(Libro disponibile per il prestito)

Romanzo pubblicato per la prima volta nel 1906.
Ma più che un romanzo è l’autobiografia di una parte di vita di una donna italiana della borghesia italiana di inizio Novecento.
Una storia che mi ha datto diversi spunti di riflessione. Perchè io le donne borghesi di inizio Novecento me le immaginavo tutte compite, un po’ sottomesse, un po’ frivole.
Con questo libro ho invece scoperto che il femminismo, quello autentico e non quello caricaturale, non è nato negli anni Sessanta. Perchè c’erano donne che già ad inizio secolo, ma probabilmente da sempre, che si ponevano dubbi non solo sulla genrale condizione della donna, ma proprio sulla loro
muta accettazione di tutta una serie di vincoli ed ingiustizie.
E’ un linguaggio semplice, quello della Aleramo, di donna che non ha studiato ma che osserva, riflette e vuole capire.
La si accompagna durante la sua adolescenza, mentre segue adorante il padre ed inizia a lavorare per lui. La si vorrebbe difendere dalla violenza dell’impiegato e impedirle di sposarlo con quei presupposti. Si condividono con lei gli aspetti più teneri della maternità. E la si incoraggia, nella seconda parte del libro, a realizzare le sue aspirazioni, a non cedere ai ricatti del marito, a vivere la propria vita secondo la propria natura. Cosa che poi ha fatto, ma ad un prezzo sicuramente molto alto.
“Era una collezionista di incontri” scrive nella prefazione Anna Folli. Credo sia stata questa definizione a convincermi a leggere il libro, una definizone che vorrei un giorno riuscire a meritare anche io.
E’ un libro da regalare alle donne, soprattutto a quelle sposate e alle madri, che possono meglio delle altre riconoscersi in alcuni meccanismi descritti dall’autrice, anche se a volte il linguaggio porta il segno di un’epoca lontana. Ma solo a volte.

Il brano che più mi ha colpita è una riflessione sulla maternità che condivido totalmente (il grassetto è mio):

Perchè nella maternità adoriamo il sacrifizio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna?
Di madre in figlia, da secoli, si tramanda il servaggio. E’ una mostruosa catena.
Tutte abbiamo, a un certo punto della vita, la coscienza di quel che fece pel nostro bene chi ci generò; e con la coscienza il rimorso di non aver compensato adeguatamente l’olocausto della persona diletta. Allora riversiamo sui nostri figli quanto non demmo alle madri, rinnegando noi stesse e offrendo un nuovo esempio di mortificazione, di annientamento.
Se una buona volta la catena si spezzasse, e una madre non sopprimesse in sé la donna, e un figlio apprendesse dalla vita di lei un esempio di dignità?
Allora si incomincerebbe a comprendere che il dovere dei genitori s’inizia ben prima della nascita dei figli e che la loro responsabilità va sentita innanzi, appunto allora che più la vita egoistica urge imperiosa, seduttrice.
Quando nella coppia umana fosse la umile certezza di possedere tutti gli elementi necessari alla creazione d’un nuovo essere integro, forte, degno di vivere, da qual momento, se un debitore v’ha da essere, non sarebbe questi il figlio?
Per quello che siamo, per la volontà di tramandare più nobile e più bella in essi la vita, devono esserci grati i figli, non perchè, dopo averli ciecamente suscitati dal nulla, rinunziamo all’essere noi stessi…

 

Beata la zuppa di lenticchie!

“Rose-Marie, mi tormenta un languore tale che non riesco a credere di avere già pranzato”.

“Eppure l’hai fatto, papà. Ti ho visto io”.

“Ciò che mi hai visto fare non era pranzare” ha replicato papà.

“Non era pranzare?”

Papà ha agitato le braccia attorno a sè in modo bizzarro e improvviso.

“Erba solo erba” ha esclamato gemendo con notevole impazienza.

“Ma hai mangiato della zuppa di lenticchie…è scientificamente provato che contiene tutti i nutrimenti necessari…”

“Beata la zuppa di lenticchie. Come la invidio. Anch’io vorrei contenere tutti i nutrienti necessari. Ma qua dentro” e così dicendo si è afferrato di nuovo con le mani, “non c’è proprio niente”.

( da Lettere di una donna indipendente di Elizabeth von Arnim)

Olive Kitteridge (Elizabeth Strout)

olive_kitteridge(Libro disponibile per il prestito)

Il parere personale di Olive è che la vita si basi su quelle che lei considera “grosse esplosioni” e “piccole esplosioni”. Le grosse esplosioni sono il matrimonio, i figli, gli amici intimi che ci tengono a galla, ma queste cose nascondono correnti invisibili e pericolose. Ecco perchè si ha bisogno anche delle piccole esplosioni: un commesso amichevole da Bradlee’s, per esempio, oppure la cameriera del Dunkin Donuts, che sa come vuoi il caffè. Sono faccende complicate, davvero.

Olive Kitteridge mi assomiglia tantissimo.

E’ un’anziana signora del Maine sposata da sempre con un paziente farmacista. Ok, non sono proprio anziana, mio marito è quanto di più lontano da un farmacista e non ho mai messo piede negli USA. Ma questi sono dettagli.
Olive è burbera, schiva, brontolona. Il genere di persona con cui non usciresti mai a cena ma che però non ti dispiacerebbe avere come vicina di casa. La persona da cui non correresti mai per raccontarle che ti sei innamorata ma la prima persona che chiameresti in caso di difficoltà.
Donna di pochi sorrisi, Olive: credo che durante le 380 pagine del libro riesca a non farsene scappare neanche uno. E’ perennemente a disagio, fuori posto, fuori tempo. Sbaglia tutto: il rapporto con il marito, con il figlio, con i vicini. Nei ricordi dei suoi studenti lei è la terribile insegnante di matematica. Tutti sembrano sempre riuscire ad essere migliori di lei con molta meno fatica. Eppure anche gli altri sono anziani, hanno figli difficili, affrontano problemi: ma è come se gli altri fossero disegnati nel proprio quadro mentre lei, Olive, sembra più lo scherzo di un destino cinico.

Il libro è composto da 13 racconti indipendenti, tutti ambientati nella stessa cittadina del Maine. I personaggi cambiano sempre. L’unica che c’è sempre è lei, Olive: a volte come protagonista a volte come sfumata comparsa.

E’ un libro che ho amato molto: per la costruzione originale e per questo personaggio obiettivamente sgradevole ma in cui mi sono riconosciuta. Ho sentito tutto il dolore delle sue disavventure, alcune delle quali diretta conseguenza del suo carattere di m difficile. E l’ho accompagnata fino all’ultimo, meraviglioso, capitolo: quello in cui fa finalmente pace con se stessa. Se c’è riuscita lei qualche speranza ce l’ho anch’io.

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Quello che i giovani non sanno, pensò Olive mentre si sdraiava accanto a quell’uomo, con la mano di lui sulla spalla, sul braccio; oh, quello che i giovani non sanno. Non sanno che i corpi anziani, rugosi e bitorzoluti sono altrettanto bisognosi dei loro corpi giovani e sodi, che l’amore non va respinto con noncuranza, come un pasticcino posato assieme ad altri su un piatto passato in giro per l’ennesima volta. No, se l’amore era disponibile, lo si sceglieva, o non lo si sceglieva. E se il piatto di Olive era stato pieno della bontà di Henry e lei lo aveva trovato gravoso, limitandosi a mangiucchiare qualche briciola alla volta, era perchè non sapeva quello che tutti dovrebbero sapere: che sprechiamo inconsciamente un giorno dopo l’altro.
E perciò, se l’uomo accanto a lei non era il genere di uomo che lei avrebbe scelto prima di allora, che importanza aveva? Molto probabilmente neanche lui avrebbe scelto lei.
Però erano lì, e Olive si immaginò due fette di formaggio svizzero premuti insieme, i buchi che ciascuno dei due aveva da dare a quell’unione, i pezzi che la vita ti levava di dosso.
Olive aveva gli occhi chiusi, e la sua anima stanca era attraversata da ondate di gratitudine, e rimpianto. Immaginò la stanza piena di sole, le pareti accerezzate dai raggi, i cespugli là fuori. Il mondo la confondeva. Non voleva lasciarlo.

Sarò una suocera tremenda.

ImageOlive Kitteridge è una donna matura, cicciottella, che sta assistendo al matrimonio del suo unico figlio, podologo, con Suzanne, un’affascinante dottoressa di successo conosciuta qualche settimana prima.

La giovane coppia andrà ad abitare nella casetta che Olive ha ristrutturato insieme al marito proprio per quest’unico figlio, curandone ogni dettaglio. E’ in questa casa che si svolge la festa per le nozze. Festa che sta per terminare e Olive vaga un po’ per la casa finendo per sdraiarsi sul letto della coppia, rubando qualche minuto di tranquillità. Solo che la finestra della stanza dà su un piccolo giardino  a cui gli ospiti accedono per fumare una sigaretta e scambiare due chiacchiere. E’ così che Olive capta alcune frasi della nuora. Una è un giudizio un po’ irriverente sul vestito indossato da Olive. La seconda è apparentemente più innocua ma molto più devastante per una madre che sente la nuora parlare così del neo marito: “Ha avuto un’infanzia difficile. Il fatto di essere figlio unico…. gli ha fatto proprio un gran male. Le aspettative, capisci”.

Tremendo.

E Olive a quel punto fa qualcosa che non ti aspetteresti. Con delicatezza apre l’armadio. Con un pennarello nero traccia una riga su un maglione di lei e lo ripiega accuratamente. Poi si mette in borsa un reggiseno ed una scarpa. Tutto molto lentamente.

Ed esce dalla stanza.

Olive si stringe la borsa sotto il braccio robusto, premendosela contro il corpo mentre si avvia verso la porta. Non le è di gran conforto, ma un po’ l’aiuta sapere che perlomeno ora ci saranno momenti in cui Suzanne dubiterà di se stessa. Chiederà: “Crostopher, sei sicuro di non aver visto la mia scarpa?”. Cercherà in mezzo al bucato, nel cassetto della biancheria, mentre una lieve ansia le palpiterà dentro. “Non so più dove ho la testa, non riesco a trovare niente…mio Dio, cos’è successo al mio maglione?” … Perchè Cristopher non ha bisogno di vivere accanto una donna convinta di sapere tutto. Nessuno sa tutto, nessuno dovrebbe illudersi.

Lo so, sono una persona orribile, ma non vedo l’ora di farlo anch’io.

(OLIVE KITTERIDGE – Elizabeth Strout – Fazi Editore)

Nomi

Leggere contemporaneamente più libri non è un’abitudine sana.

Mi riprometto sempre di non ricascarci mai più ma è un vizio maledetto in cui mi ritrovo invischiata senza quasi rendermene conto.

Però a volte può essere divertente, soprattutto se ci si ritrova per le mani più o meno lo stesso tema.

Nel primo racconto della Trilogia di NewYork, Città di vetro, l’autore Paul Auster racconta la storia del signor Quinn, scrittore, che firma i suoi libri come William Wilson, libri in cui il protagonista è il poliziotto Max Work. E Quinn è contemporaneamente Quinn, Wilson e Work. Finchè un giorno riceve la strana telefonata di qualcuno che cerca un tale Paul Auster e Quinn… diventa anche Paul Auster! Diventerà molte altre cose nel corso del racconto, nelle pagine di Auster non si è mai sicuri di chi stia facendo cosa (a proposito, sembra che Cervantes abbia assunto Don Chisciotte per tradurre il Don Chisciotte dall’arabo allo spagnolo, così, tanto per dirne una). Mi stavo un po’ perdendo, soprattutto per via dei nomi e speravo di potermi distrarre un po’ con uno degli altri libri che avevo iniziato. Ma doveva essere una sorta di persecuzione se mi sono ritrovata all’interno del mistero della fondazione di Roma. Perchè sembra infatti che Roma non si chiamasse Roma, ma avesse un nome segreto per impedire ai nemici di conquistarla. Se qualcuno non conosce il tuo nome non ti può avere. Il nome è sempre molto più di un semplice nome.

trilogia ny       Profanatore_biblioteche

Arrivo alla fine de “Il profanatore di biblioteche proibite”: so qualcosa di più sul vero nome di Roma, ma delle biblioteche promesse dal titolo non ne ho trovata neanche l’ombra. Mi arrendo e apro un albo di Calvin and Hobbes.

Il Signore delle Mosche (William Golding)

Titolo originale dell’opera: Lord of the Flies

Anno di pubblicazione: 1954

Una frase attribuita all’autore e che in qualche modo fa da didascalia a questo romanzo: ““L’uomo produce il male come le api producono il miele

Non è una bella storia.

Da un lato è qualcosa di molto lontano da noi: un aereo precipita, durante la seconda guerra mondiale, su un’isola sconosciuta. Non si sa dove fosse diretto, né perchè trasportasse tutti quei bambini. Ma i bambini sono gli unici superstiti. E sono tantissimi, di età diverse.

Eppure quello che non piace, di questo libro è qualcosa che ti si insinua sotto pelle man mano che ne sfogli le pagine e che ti addentri in una foresta che è ambientazione della storia ma è anche l’animo dell’uomo. A questa sensazione dai all’inizio un nome: estraneità. Ma poi capisci che il fastidio nasce da qualcosa che è l’esatto contrario: quella situazione così improbabile e così lontano da noi, nello spazio e nel tempo, ci assomiglia in modo imbarazzante.

Non è una sorpresa di quelle che fa piacere scoprire.

Dal gruppo di ragazzi ne emerge all’inizio uno, Ralph, ragazzino ambizioso ma ponderato e, tutto sommato, leale. Al suo fianco, fin dalle prime pagine, un ragazzino cicciottello e occhialuto che conosceremo solo ed esclusivamente con l’odioso soprannome di Pig: è goffo, lento, impacciato, vittima dell’ironia di tutti ma ha una gran dote. Pig pensa. E’ per questo che Ralph lo fa suo consigliere.

Poi c’è Jack. Jack è l’antagonista di Ralph. Inizialmente Jack ne riconosce l’autorità ma ben presto tra i due nasce una rivalità che rivela tutta la loro diversità: Ralph ha a cuore la sopravviveza e la possibilità di farsi venire a salvare, a Jack interessa la soddisfazione dei suoi istinti primari, la gratificazione individuale, qui e ora.

E’ più o meno con la nascita della rivalitàche scatta l’analogia con quello che siamo noi, adulti, abitanti nelle comodità di una società occidentale.

I ragazzini convocano periodicamente delle adunate, che in realtà non servono a niente, perchè non si decide mai niente. E’ solo il momento in cui Ralph comunica qualcosa. Ma queste assemblee prendono sempre una direzione diversa da quella che lo stesso Ralph vorrebbe. Ralph vuole parlare della necessità che tutti aiutino a costruire i rifugi, dell’importanza che a turno ci si occupi del fuoco che deve sempre restare acceso per essere avvistati da evntuali navi di apssaggio. Ma sembrano argomenti che non interesano a nessuno. L’attenzione viene sempre rivolta a chi urla più forta, a chi parla di paure e di fantasmi, e non a chi popone soluzioni pratiche per risolvere problemi.

E quindi, tra un’adunata e l’altra, i bambini si comportano, appunto, come bambini: mangiano frutta, giocano, dormono. Nessuna preoccupazione per il futuro, pensiero che sembra angustiare solo Ralph e Pig.

Jack ad un certo punto si separa da Ralph portando con sè alcuni fedelissimi che andranno via via aumentando. Jack va a caccia di cinghiali ma più per soddisfare il suo istinto di violenza più che per procurare benessere al gruppo. Jack non pensa mai a quello che può essere utile al gruppo. Eppure, con la sua violenza ed il suo mancato rispetto delle regole, attira a sè sempre più gente.

Mentre si leggono queste pagine ci si chiede: “Ma com’è possibile? E’ così evidente che il capo giusto da seguire sarebbe Ralpg, il razionale, il saggio, il lungimirante!” Ralph però chiede turni di guardia al fuoco, Ralph vuole che tutti aiutino a costruire rifugi, Ralph non fa feste, Ralph segue le sue stesse regole. Poi alzi gli occhi dal libro e ti guardi in giro e ti sembra di capirlo così bene, quel libro lontano: perchè non è molto diverso da quello che ci succede intorno, da quello che leggiamo nei nostri giornali.

Ralph, alla fine, rimane da solo.

Ma non basta. Ralph viene inseguito, diventa la preda che tutto il gruppo si mette a cacciare. E non si capisce il perchè, nemmeno i ragazzini che gli danno la caccia in realtà lo sanno. Lo fanno perchè l’ha ordinato Jack. Jack che diventa il nuovo leader perchè urla, perchè va a caccia, perchè si dipinge il volto, perchè fa festa, perchè fa paura.

La paura è un’altra costante nel libro. Paura di mostri che nessuno vede ma che tutti giurano di aver visto e che descrivono con minuzia di particolari. Una paura verso qualcosa di indefinito che si trasforma, nella seconda metà del libro, in una paura molto più concreta: la paura di sè stessi, per la violenza che si riesce a raggiungere con così tanta facilità e con scarsissimi sensi di colpa.

L’ultima scena del libro è apparentemente positiva. Ma ormai tutto si è rotto. E lo capisce bene Ralph che “piangeva per la fine dell’innocenza, la durezza del cuore umano e la caduta nel vuoto del vero amico“.

Un libro drammatico e violento che ti scende dentro come un liquido vischioso da cui ci si libera a fatica e che costringe a rallentare i movimenti, costringe a pensare.

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“Andrò da lui con questa conchiglia in mano. Gliela mostrerò. Guarda, gli dirò, tu sei più forte di me e non hai l’asma. Tu ci vedi, gli dirò, e con tutti e due gli occhi. Ma io non rivoglio indietro i miei occhiali per favore. Non ti chiedo di fare un bel gesto, gli dirò, né di ridarmeli perchè sei forte, ma perchè quello ch’è giusto è giusto. Dammi gli occhiali, gli dirò… Tu devi darmeli!”

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Gli altri annuirono. Capivano anche troppo bene che dipingersi il volto significava acquistare la libertà dei selvaggi. “Bene” disse Ralph “noi non ci dipingeremo, perchè noi non siamo dei selvaggi”

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La miglior cosa da fare era di non badare a quel cupo presentimento del cuore, e contare sul buon senso, sull’integrità mentale che di giorno dovevano pur avere. (…) Era vero che si trattava di selvaggi, ma erano degli esseri umani, e i terrori insidiosi della notte fonda si avvicinavano.

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Più di tutto egli cominciava a  temere lo sportello che poteva chiudersi nella sua mente, oscurando il senso del pericolo, rendendolo ottuso.

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La mia copia è stata portata in vacanza da una lettrice a Stromboli. Questo libro porta ora addosso i ricordi di quell’esperienza.

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Don Gaetano

Ho il pessimo vizio di leggere più libri contemporaneamente.

Da un lato l’indubbio vantaggio di avere letture in corso da poter scegliere a seconda del luogo e dell’umore.

Dall’altro la confusione che ne può derivare se non si è più accorti nella scelta: se l’ambientazione, la storia o la relazione tra personaggi è simile, perdersi è un attimo.

A volte però succedono coincidenza curiose. In due dei libri che sto leggendo il protagonista ha lo stesso nome.

In Todo modo (Leonardo Sciascia) Don Gaetano è un prete scaltro e ammanicato con politici e ricconi. Per loro organizza ritiri spirituali in un eremo trasformato in uno sgraziato albergo. E’ un uomo che fa ampio sfoggio della sua intelligenza. Oppure la sua intelligenza emerge naturalmente grazie alla meschinità di cui si circonda.

Don Gaetano è anche un portinaio napoletano che si è preso in casa un orfano a cui racconta le storie della guerra e a cui insegna la vita tutta in Il giorno prima della felicità (Erri De Luca).

Don Gaetano è un uomo da ascoltare, non importa quale libro io stia leggendo. Il primo è colto ma bisogna stare attenti: le parole che pronuncia hanno sempre significati diversi a seconda di chi lo ascolta. Tutto potrebbe celarsi tra quel che dice e quel che non dice. Il secondo è più genuino, lo puoi ascoltare sicuro che non ci siano tranelli. E poi lui sa leggere i pensieri della gente.

Don Gaetano è un prete solo nel primo romanzo, ma è nel secondo che fa una figura migliore.

Stamattina uno dei due è morto. L’altro ancora racconta ma ho l’impressione che si sia accorto che è rimasto da solo.

 

 

In lettura

In questo periodo mi fanno compagnia:

Tony e Susan (Austin Wright): romanzo pubblicato da Adelphi con una splendida copertina. La protagonista legge il manoscritto che le ha inviato il suo ex marito e in cui è raccontata la storia di un delitto tremendo e del tentativo di trovare i colpevoli….

Questa storia (Alessandro Baricco): avevo iniziato questo libro anni fa, interrompendone poi la lettura per una serie di motivi che nulla  avevano a che fare con il libro. Mi è ricapitato tra le mani in formato elettronico ed ora si fa il viaggio di andata e ritorno dal lavoro con me. La storia, almeno fin dove sono arrivata, è ambientata nei primi anni del 1900, quando iniziano a vedersi per strada le prime automobili…

Libertà (Jonathan Franzen): appena iniziato. Non era un libro che avevo in programma di leggere. Poi però mi è stato proposto come lettura condivisa. E io a queste proposte non riesco mai a dire di no. E’ il primo libro che leggo di Franzen. Le prime pagine mi hanno già catturata…

E voi cosa state leggendo?