Cavilli

Viaggio elettoraleNotai una tranquilla moderazione di giudizi e di parole, che è il segno della virilità.
Avevo innanzi un carattere…

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Il cavillo è non solo la menzogna, ma la coscienza è quasi il vanto della menzogna.
Riconoscere l’errore o il torto o la sconfitta, e non ostinarsi, non sottilizzare, non pettegoleggiare, questo è il segno della vera forza de’ popoli e degl’individui.

Alcuni tirano vanità dal cavillo, quasi fosse mostra d’ingegno, anzi lo spirito cavillo è detto anche ingegnoso. E non veggono che questa trista facoltà, la quale i nostri antichi attribuivano al demonio, esprime anche la menzogna per rispetto all’ingegno, è un falso ingegno, sperduto ne’  particolari, a cui è negata la vista della verità.
I grandi ingegni non sono mai cavillosi; il cavillo è il carattere della mediocrità.

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(da “Un viaggio elettorale” – Francesco De Sanctis – 1875)

De Sanctis sta compiendo un viaggio tra i paesi della sua circoscrizione nell’Alta Irpinia per raccogliere i voti necessari a farsi eleggere alla Camera. L’anno è il 1875 ed è inverno: il viaggio è difficoltoso, tra intemperie ed accoglienze non sempre calorose. Sono i luoghi della sua infanzia che lui ama e da cui spera di essere riamato. Cerca di capirne le dinamiche politiche, si dimostra attento alle esigenze della gente, si propone come “deputato di tutti”.
Fa addirittura tenerezza in alcuni punti, quando ad esempio si strugge perchè un sindaco non è venuto a salutarlo o perchè non accorre abbastanza gente ad ascoltarlo.
Dinamiche e discorsi un po’ superati. Ma, ogni tanto, qualche pensiero valido anche per i nostri tempi moderni.

 

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Sarò una suocera tremenda.

ImageOlive Kitteridge è una donna matura, cicciottella, che sta assistendo al matrimonio del suo unico figlio, podologo, con Suzanne, un’affascinante dottoressa di successo conosciuta qualche settimana prima.

La giovane coppia andrà ad abitare nella casetta che Olive ha ristrutturato insieme al marito proprio per quest’unico figlio, curandone ogni dettaglio. E’ in questa casa che si svolge la festa per le nozze. Festa che sta per terminare e Olive vaga un po’ per la casa finendo per sdraiarsi sul letto della coppia, rubando qualche minuto di tranquillità. Solo che la finestra della stanza dà su un piccolo giardino  a cui gli ospiti accedono per fumare una sigaretta e scambiare due chiacchiere. E’ così che Olive capta alcune frasi della nuora. Una è un giudizio un po’ irriverente sul vestito indossato da Olive. La seconda è apparentemente più innocua ma molto più devastante per una madre che sente la nuora parlare così del neo marito: “Ha avuto un’infanzia difficile. Il fatto di essere figlio unico…. gli ha fatto proprio un gran male. Le aspettative, capisci”.

Tremendo.

E Olive a quel punto fa qualcosa che non ti aspetteresti. Con delicatezza apre l’armadio. Con un pennarello nero traccia una riga su un maglione di lei e lo ripiega accuratamente. Poi si mette in borsa un reggiseno ed una scarpa. Tutto molto lentamente.

Ed esce dalla stanza.

Olive si stringe la borsa sotto il braccio robusto, premendosela contro il corpo mentre si avvia verso la porta. Non le è di gran conforto, ma un po’ l’aiuta sapere che perlomeno ora ci saranno momenti in cui Suzanne dubiterà di se stessa. Chiederà: “Crostopher, sei sicuro di non aver visto la mia scarpa?”. Cercherà in mezzo al bucato, nel cassetto della biancheria, mentre una lieve ansia le palpiterà dentro. “Non so più dove ho la testa, non riesco a trovare niente…mio Dio, cos’è successo al mio maglione?” … Perchè Cristopher non ha bisogno di vivere accanto una donna convinta di sapere tutto. Nessuno sa tutto, nessuno dovrebbe illudersi.

Lo so, sono una persona orribile, ma non vedo l’ora di farlo anch’io.

(OLIVE KITTERIDGE – Elizabeth Strout – Fazi Editore)

Cinema

“A Blue piace il cinema, e non solo per le storie che raccontano e le donne bellissime che vi può ammirare, ma anche per l’oscurità dei locali, per come quelle immagini sullo schermo rassomigliano un po’ ai pensieri che si vede scorrere in mente se chiude gli occhi.”

(Paul Auster – Trilogia di New York)

Il Signore delle Mosche (William Golding)

Titolo originale dell’opera: Lord of the Flies

Anno di pubblicazione: 1954

Una frase attribuita all’autore e che in qualche modo fa da didascalia a questo romanzo: ““L’uomo produce il male come le api producono il miele

Non è una bella storia.

Da un lato è qualcosa di molto lontano da noi: un aereo precipita, durante la seconda guerra mondiale, su un’isola sconosciuta. Non si sa dove fosse diretto, né perchè trasportasse tutti quei bambini. Ma i bambini sono gli unici superstiti. E sono tantissimi, di età diverse.

Eppure quello che non piace, di questo libro è qualcosa che ti si insinua sotto pelle man mano che ne sfogli le pagine e che ti addentri in una foresta che è ambientazione della storia ma è anche l’animo dell’uomo. A questa sensazione dai all’inizio un nome: estraneità. Ma poi capisci che il fastidio nasce da qualcosa che è l’esatto contrario: quella situazione così improbabile e così lontano da noi, nello spazio e nel tempo, ci assomiglia in modo imbarazzante.

Non è una sorpresa di quelle che fa piacere scoprire.

Dal gruppo di ragazzi ne emerge all’inizio uno, Ralph, ragazzino ambizioso ma ponderato e, tutto sommato, leale. Al suo fianco, fin dalle prime pagine, un ragazzino cicciottello e occhialuto che conosceremo solo ed esclusivamente con l’odioso soprannome di Pig: è goffo, lento, impacciato, vittima dell’ironia di tutti ma ha una gran dote. Pig pensa. E’ per questo che Ralph lo fa suo consigliere.

Poi c’è Jack. Jack è l’antagonista di Ralph. Inizialmente Jack ne riconosce l’autorità ma ben presto tra i due nasce una rivalità che rivela tutta la loro diversità: Ralph ha a cuore la sopravviveza e la possibilità di farsi venire a salvare, a Jack interessa la soddisfazione dei suoi istinti primari, la gratificazione individuale, qui e ora.

E’ più o meno con la nascita della rivalitàche scatta l’analogia con quello che siamo noi, adulti, abitanti nelle comodità di una società occidentale.

I ragazzini convocano periodicamente delle adunate, che in realtà non servono a niente, perchè non si decide mai niente. E’ solo il momento in cui Ralph comunica qualcosa. Ma queste assemblee prendono sempre una direzione diversa da quella che lo stesso Ralph vorrebbe. Ralph vuole parlare della necessità che tutti aiutino a costruire i rifugi, dell’importanza che a turno ci si occupi del fuoco che deve sempre restare acceso per essere avvistati da evntuali navi di apssaggio. Ma sembrano argomenti che non interesano a nessuno. L’attenzione viene sempre rivolta a chi urla più forta, a chi parla di paure e di fantasmi, e non a chi popone soluzioni pratiche per risolvere problemi.

E quindi, tra un’adunata e l’altra, i bambini si comportano, appunto, come bambini: mangiano frutta, giocano, dormono. Nessuna preoccupazione per il futuro, pensiero che sembra angustiare solo Ralph e Pig.

Jack ad un certo punto si separa da Ralph portando con sè alcuni fedelissimi che andranno via via aumentando. Jack va a caccia di cinghiali ma più per soddisfare il suo istinto di violenza più che per procurare benessere al gruppo. Jack non pensa mai a quello che può essere utile al gruppo. Eppure, con la sua violenza ed il suo mancato rispetto delle regole, attira a sè sempre più gente.

Mentre si leggono queste pagine ci si chiede: “Ma com’è possibile? E’ così evidente che il capo giusto da seguire sarebbe Ralpg, il razionale, il saggio, il lungimirante!” Ralph però chiede turni di guardia al fuoco, Ralph vuole che tutti aiutino a costruire rifugi, Ralph non fa feste, Ralph segue le sue stesse regole. Poi alzi gli occhi dal libro e ti guardi in giro e ti sembra di capirlo così bene, quel libro lontano: perchè non è molto diverso da quello che ci succede intorno, da quello che leggiamo nei nostri giornali.

Ralph, alla fine, rimane da solo.

Ma non basta. Ralph viene inseguito, diventa la preda che tutto il gruppo si mette a cacciare. E non si capisce il perchè, nemmeno i ragazzini che gli danno la caccia in realtà lo sanno. Lo fanno perchè l’ha ordinato Jack. Jack che diventa il nuovo leader perchè urla, perchè va a caccia, perchè si dipinge il volto, perchè fa festa, perchè fa paura.

La paura è un’altra costante nel libro. Paura di mostri che nessuno vede ma che tutti giurano di aver visto e che descrivono con minuzia di particolari. Una paura verso qualcosa di indefinito che si trasforma, nella seconda metà del libro, in una paura molto più concreta: la paura di sè stessi, per la violenza che si riesce a raggiungere con così tanta facilità e con scarsissimi sensi di colpa.

L’ultima scena del libro è apparentemente positiva. Ma ormai tutto si è rotto. E lo capisce bene Ralph che “piangeva per la fine dell’innocenza, la durezza del cuore umano e la caduta nel vuoto del vero amico“.

Un libro drammatico e violento che ti scende dentro come un liquido vischioso da cui ci si libera a fatica e che costringe a rallentare i movimenti, costringe a pensare.

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“Andrò da lui con questa conchiglia in mano. Gliela mostrerò. Guarda, gli dirò, tu sei più forte di me e non hai l’asma. Tu ci vedi, gli dirò, e con tutti e due gli occhi. Ma io non rivoglio indietro i miei occhiali per favore. Non ti chiedo di fare un bel gesto, gli dirò, né di ridarmeli perchè sei forte, ma perchè quello ch’è giusto è giusto. Dammi gli occhiali, gli dirò… Tu devi darmeli!”

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Gli altri annuirono. Capivano anche troppo bene che dipingersi il volto significava acquistare la libertà dei selvaggi. “Bene” disse Ralph “noi non ci dipingeremo, perchè noi non siamo dei selvaggi”

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La miglior cosa da fare era di non badare a quel cupo presentimento del cuore, e contare sul buon senso, sull’integrità mentale che di giorno dovevano pur avere. (…) Era vero che si trattava di selvaggi, ma erano degli esseri umani, e i terrori insidiosi della notte fonda si avvicinavano.

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Più di tutto egli cominciava a  temere lo sportello che poteva chiudersi nella sua mente, oscurando il senso del pericolo, rendendolo ottuso.

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La mia copia è stata portata in vacanza da una lettrice a Stromboli. Questo libro porta ora addosso i ricordi di quell’esperienza.

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L’arte di raccontare

Per la prima volta si sentì se stesso, coscientemente e deliberatamente, e ben presto si smarrì nella gioia di creare, di plasmare, davanti agli ascoltatori, la vita come la conosceva lui. Faceva parte della goletta di contabbando Alcione, quando questa fu catturata da una nave guardacoste. Aveva veduto con occhi ben aperti e poteva dire quel che aveva visto. Evocò davanti ai convitati il mare pulsante e gli uomini e le navi sul mare. Comunicò loro la propria potenza di visione, finchè i loro occhi videro quel che egli aveva veduto. Sceglieva dall’enorme quantità di particolari, col buon gusto di un artista, quadri attraenti della vita, che splendevano e ardevano di luce e di colore, infondendo loro un movimento tale, che i suoi ascoltatori erano trascinati con lui nel vortice della sua rude, entusiastica e forte eloquenza. In certi momenti li scandalizzava con la vivacità della nrrazione e dei termini che usava, ma la bellezza seguiva sempre da vicino la violenza, e la tragedia si risolveva nell’umorismo e nell’interpretazione di strani motti e arguzie dei marinai.

(tratto da Martin Eden di Jack London)

Troppi libri, di grazia.

“Con il passare dei secoli aumenterà il numero dei libri, al punto che possiamo prevedere un tempo in cui imparare dai libri sarà difficile come studiare l’universo” (Denis Diderot, 1775)