Verderame (Michele Mari)

verderame“Michelino ha tredici anni e ha già letto troppi libri, Felice ne ha sessanta e sta perdendo la memoria”.

Credo basterebbe questo ad incuriosire qualunque lettore di romanzi.
Ma in questo libro c’è molto di più.
C’è la campagna intorno al Lago Maggiore a fine anni Sessanta, ci sono gli sceneggiati in tv, c’è la storia che è passata ma che è rimasta impigliata in quella terra (letteralmente) e ci sono le lumache. Tante lumache.
C’è una scrittura che placa un po’ la  sete di letteratura perchè dopo un po’ ci si stanca di autori che scrivono come parlano (anche se ho il sospetto che Mari parli davvero come scrive, sarebbe bellissimo).
Felice è un uomo senza cognome, con una madre che ha conosciuto e dimenticato, e un padre che non ha mai conosciuto ma che ricorda benissimo.
Michelino è l’unico amico che abbia, è l’unico a preoccuparsi per lui e a lasciarsi incuriosire da quelle punte di iceberg che ogni tanto emergono dalla sua memoria sbriciolata.
Michelino parla un italiano perfetto, da primo della classe.
Felice parla solo in dialetto.
Ma si capiscono alla perfezione.
Un legame intenso e commovente.
Che si regge in bilico su un filo che separa storia e follia, memoria e invenzione fino all’ultima pagina.
Dove non si capisce come va a finire.
Io li odio i romanzi così.
Ma questo l’ho amato profondamente.

 Dentro di me lo chiamavo l’uomo del verderame, perché di tutte le sue mansioni, che prevedevano la cura dell’orto e degli alberi, la manutenzione spicciola della casa, il taglio del prato, l’allevamento di galline e conigli, la preparazione e l’irrorazione del verderame era per un bambino la più fascinosa. Lo vedevo spezzare stecche di verderame solido dentro un bidone di metallo, e ognuna di quelle schegge aveva la sinistra seduzione dei gessi colorati che furono fatali a Mimì, la «bimba sciocca» della canzoncina. Punizioni tremende, avessi solo sfiorato una di quelle schegge: pure, siccome egli le trattava a mani nude ritraendone un turchese che non solo gli tingeva la pelle ma gli si installava permanentemente sotto le unghie, i casi erano due: o il verderame non era così pericoloso, o davvero egli era un mostro. E a questa seconda ipotesi sempre fiducioso mi attenni.
Perché mi voleva bene, quell’essere, ed essere amato da un mostro è la migliore delle protezioni dall’orribile mondo. Certo si macchiava di atti nefandi come l’uccisione delle lumache o lo scuoiamento dei conigli, la cui cruenta pelliccia appendeva ai rami degli alberi senza alcun riguardo alla mia tenerezza: ma ero abbastanza intelligente da capire che a un mostro qualcosa si deve pur concedere. Mio nonno cercava di confondermi attribuendo l’eccidio dei molluschi alla necessità di preservar le lattughe, e il sacrificio dei conigli alla bontà degli umidi imbanditi dalla nonna: ma io sapevo che erano pretesti, che il mostro uccideva con piacere e con pompa e che questo solo contava, la sua barbara soddisfazione di carnefice; e del resto a qualificarlo per mostro bastavano i suoi disgustosi scaracchi, ai quali anche la speciosa dialettica del nonno non poteva trovare giustificazione.

———————

– Michelín, la va minga
– Perché?
– Mi adess voo a fà ‘l verderam, giüsta?
– Sì
– Poeu voo a dàghel a l’üga, giüsta?
– Giusto.
– Giusto ‘n cass, vacaboia!
– Perchè?
– Se pò dà ‘l verderam cunsciaa inscì? Culúr de la merda?
– Veramente a me sembra un bel noasetino…
– Noasetin sti ciapp!

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