Una donna (Sibilla Aleramo)

(Libro disponibile per il prestito)

Romanzo pubblicato per la prima volta nel 1906.
Ma più che un romanzo è l’autobiografia di una parte di vita di una donna italiana della borghesia italiana di inizio Novecento.
Una storia che mi ha datto diversi spunti di riflessione. Perchè io le donne borghesi di inizio Novecento me le immaginavo tutte compite, un po’ sottomesse, un po’ frivole.
Con questo libro ho invece scoperto che il femminismo, quello autentico e non quello caricaturale, non è nato negli anni Sessanta. Perchè c’erano donne che già ad inizio secolo, ma probabilmente da sempre, che si ponevano dubbi non solo sulla genrale condizione della donna, ma proprio sulla loro
muta accettazione di tutta una serie di vincoli ed ingiustizie.
E’ un linguaggio semplice, quello della Aleramo, di donna che non ha studiato ma che osserva, riflette e vuole capire.
La si accompagna durante la sua adolescenza, mentre segue adorante il padre ed inizia a lavorare per lui. La si vorrebbe difendere dalla violenza dell’impiegato e impedirle di sposarlo con quei presupposti. Si condividono con lei gli aspetti più teneri della maternità. E la si incoraggia, nella seconda parte del libro, a realizzare le sue aspirazioni, a non cedere ai ricatti del marito, a vivere la propria vita secondo la propria natura. Cosa che poi ha fatto, ma ad un prezzo sicuramente molto alto.
“Era una collezionista di incontri” scrive nella prefazione Anna Folli. Credo sia stata questa definizione a convincermi a leggere il libro, una definizone che vorrei un giorno riuscire a meritare anche io.
E’ un libro da regalare alle donne, soprattutto a quelle sposate e alle madri, che possono meglio delle altre riconoscersi in alcuni meccanismi descritti dall’autrice, anche se a volte il linguaggio porta il segno di un’epoca lontana. Ma solo a volte.

Il brano che più mi ha colpita è una riflessione sulla maternità che condivido totalmente (il grassetto è mio):

Perchè nella maternità adoriamo il sacrifizio? Donde è scesa a noi questa inumana idea dell’immolazione materna?
Di madre in figlia, da secoli, si tramanda il servaggio. E’ una mostruosa catena.
Tutte abbiamo, a un certo punto della vita, la coscienza di quel che fece pel nostro bene chi ci generò; e con la coscienza il rimorso di non aver compensato adeguatamente l’olocausto della persona diletta. Allora riversiamo sui nostri figli quanto non demmo alle madri, rinnegando noi stesse e offrendo un nuovo esempio di mortificazione, di annientamento.
Se una buona volta la catena si spezzasse, e una madre non sopprimesse in sé la donna, e un figlio apprendesse dalla vita di lei un esempio di dignità?
Allora si incomincerebbe a comprendere che il dovere dei genitori s’inizia ben prima della nascita dei figli e che la loro responsabilità va sentita innanzi, appunto allora che più la vita egoistica urge imperiosa, seduttrice.
Quando nella coppia umana fosse la umile certezza di possedere tutti gli elementi necessari alla creazione d’un nuovo essere integro, forte, degno di vivere, da qual momento, se un debitore v’ha da essere, non sarebbe questi il figlio?
Per quello che siamo, per la volontà di tramandare più nobile e più bella in essi la vita, devono esserci grati i figli, non perchè, dopo averli ciecamente suscitati dal nulla, rinunziamo all’essere noi stessi…

 

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2 commenti

  1. Silvia

     /  3 luglio 2013

    Questo post invita sicuramente a leggere il libro, ma anche a riflettere sul fatto che spesso noi donne ci annulliamo nei ruoli di mogli e di madri, dimenticando di essere prima di tutto Donne. Sottovalutiamo il fatto che una donna felice e realizzata sarà una madre migliore e una moglie, amica, compagna più interessante. Certo i figli impongono sacrifici, orari e cure, ma non devono cancellare la nostra identità personale e siamo noi a doverla affermare sempre davanti a tutti (soprattutto ai partner), anche a discapito delle convenienze e dei benpensanti, spesso bigotti, sempre pronti a giudicare. E’ questa la sfida del femminismo di oggi, secondo me, perchè laddove le leggi assicurano la parità, in realtà siamo spesso noi donne ad accontentarci di stare in secondo piano, a non essere convinte di noi stesse e a fare in modo che le nostre qualità e capacità non vengano mai allo scoperto. L’identità personale deve venire prima di tutto, perchè solo con questa consapevolezza, questo “essere”, saremo in grado di dare in maniera autentica, altruistica e completa. E forse un giorno potremo anche “avere” parità vera.

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    • Grazie Silvia. A volte credo che il problema delle donne della nostra generazione sia che abbiamo capito quanto sia importamnte la nostra realizzazione personale anche al di fuori della famiglia, la nostra indipendenza, la soddisfazione delle nostre esigenze. Ma allo stesso tempo restiamo legate al modello di donna che abbiamo visto incarnato dalle nostre madri. E vogliamo essere entrambe le cose, allo stesso tempo: bravissime sul lavoro e perfette a casa, donne in carriera e madri sempre presenti. Finendo per chiedere a noi stesse l’impossibile e a sentirci dei fallimenti. Non lo siamo. Quasi mai.

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