Gli indifferenti (Alberto Moravia)

indifferentiRingrazio il mio professore di italiano delle superiori per non avermi mai assegnato da leggere questo libro. Meno fortunato è stato mio figlio che a 17 anni si è innervosito parecchio su queste pagine.
“Ma non succede niente!”
In effetti non succede niente. Il libro sembra finire nell’esatto punto in cui inizia.
Ma in fondo credo che l’autore non volesse affatto raccontare una storia.
E quel poco di storia che gli serviva per aggrapparci quel che ci voleva invece raccontare è una storia che infastidirebbe qualunque lettore.
I personaggi sono solo cinque e sono uno peggio dell’altro. Le loro azioni ma soprattutto i loro pensieri ti fanno sorgere il profondo desiderio di incontrarli per poterli prendere a sberle.
Come fa a piacere un libro così?
Piace.
Piace se hai la maturità per riconoscere quegli atteggiamenti, quei percorsi mentali in molta gente che frequenti e magari anche in te stesso. E per prenderne le distanze.
Piace se riesci a comprendere, anche se non a giustificare, alcuni degli allucinanti percorsi mentali dei personaggi. Se ti viene da prendere Michele e togliergli acqua e cibo per un paio di giorni per vedere se questo riesce a smuovergli un moto di rabbia, di tristezza, di spirito di sopravvivenza. Se a Maria Grazia ti viene voglia di interrompere il rocambolesco film che si autoproietta davanti agli occhi per farle vedere la realtà che si sta prendendo gioco di lei. Se Lisa ti muove quasi un moto di compassione, insieme all’imbarazzo. Se il viscido Leo alla fine è quello che lascia te nella più totale indifferenza.
Piace se riconosci l’abilità dell’autore nel descrivere con esattezza sensazioni sfumate, ambigue, contorte.
Piace se riesci ad apprezzare quel “non succede nulla” con l’attesa e la speranza invece che qualcosa succeda. E, mentre aspetti, quei personaggi ti avvolgono con i loro pensieri e ad un certo punto ne sei prigioniero.
Ringrazio il mio professore di italiano per non avermelo fatto leggere a 17 anni: mi sarebbe rimasta solo una grande sensazione di fastidio.
E’ un libro che merita ricordi migliori.

L’uomo di Marte (Andy Weir)

marteDurante una missione su Marte un membro dell’equipaggio, creduto morto, viene abbandonato sul pianeta rosso. Ma Mark Watney è solo ferito e quando si riprende scopre di essere rimasto solo, senza possibilità di comunicare con i compagni o con la Terra. Senza perdersi d’animo inizia a verificare la dotazione tecnica di cui dispone perchè necessaria alla missione che doveva svolgersi per qualche tempo sul pianeta. E scopre che può sopravvivvere per un periodo discreto ma non sufficiente ad arrivare alla data prevista per la missione successiva. Mark è un ingegnere con la passione per la botanica: queste due caratteristiche gli permetteranno di adeguare qualunque macchinario e qualunque oggetto alle sue esigenze e di lanciarsi anche nell’ambizioso progetto di coltivare patate su Marte. Sarà suffciente tutto questo a permettergli di resistere fino all’arrivo della prossima missione? Non è qualcosa che si possa svelare se si vuole consigliare a qualcuno la lettura di un libro ma in questo caso non è nemmeno così determinante. L’aspetto che mi è piaciuto di più è l’atteggiamento del protagonista di fronte alle avversità che incontra di volta in volta. Non importa quanto grande sia il groviglio: lui inizia dal capo del filo e procede risolvendo man mano i nodi. Non si preoccupa tanto di quello che dovrà affrontare poi (lo dice spesso: “Poi ci sarebbe anche quel problema ma ci penserò domani”): intanto risolve quello che può e quello che sa. Con qualche colpo di fortuna a bilanciare le serie di imprevisti e con la sua inesauribile ironia Mark risucirà a trascorrere su Marte un periodo molto lungo.
E’ un libro di fantascienza perchè su Marte l’Uomo non ci è ancora arrivato ma ho avuto l’impressione che tutta la tecnologia descritta nel romanzo sia già ben nota al genere umano ed in particolare all’autore. Un romanzo “nerdissimo” che mi ha tenuto ottima compagnia diverse sere in cui, dopo cena, non vedevo l’ora di ritornare tra quelle pagine, come se quel gesto equivalesse a direzionare su Marte una telecamera potentissima che mi permettesse di vedere cosa stesse combinando Mark.
Potere dei libri.

Q (Luther Blissett)

qHo questo libro in casa da anni.
Già in due occasioni avevo iniziato a leggerlo per poi abbandonarlo dopo poche pagine.
Ma dal suo scaffale continuava a tentarmi con due voci diverse: il tema, che conosco e mi interessa, della riforma protestante e delle sue conseguenze; ma anche il fatto che fosse tra i libri preferiti di persone di cui apprezzo intelligenza e gusti letterari. Senza contare tutta la storia che riguarda i suoi autori.
Un mesetto fa ho preso coraggio e l’ho ricominciato. Sapevo che mi avrebbero disorientato i numerosi personaggi ed i continui salti temporali e quindi sono stata particolarmene attenta a fissare alcuni punti di riferimento.
Una volta che sono riuscita a decollare però è stato un volo incredibile.
La vicenda narrata copre un tempo che va dall’affissione delle tesi di Lutero nel 1517 al 1555.
Geograficamente si va dall’Olanda (pur con qualche riferimento all’Inghilterra) giù fino ad Istanbul, con molte pagine naturalmente fisse sulla Germania, cuore della riforma protestante e delle rivoluzioni che da essa scaturirono.
Ad unire tutti questi anni anni e tutti questi luoghi due personaggi: il protagonista, di cui non sappiamo il nome ma che ne assumerà diversi durante la storia, e Q. I due si trovano a combattere diverse guerre sempre su fronti pposti, ma scoprono ciascuno l’esistenza dell’altro solo verso la fine. Il protagonista ci racconta quel che gli succede in prima persona e in alcuni momenti ricorda il passato permettendoci di riempire alcuni salti temporali fatti in precedenza. Di Q.invece conosciamo solo alcune lettere inviate ad un alto prelato ed alcune pagine di diario.
Non è un libro semplice: il tempo, i luoghi ed i personaggi sono molti e confondono.
Ma è un libro straordinario per la capacità di mostrarci quella storia da punti di vista insoliti (i contadini, i ribelli, gli intellettuali, le città, le spie e, naturalmente, i due grandi poteri del tempo: la Chiesa e l’Imperatore). Si parla di tesi religiose ma anche di economia, di come amministrare una città e di come vincere una guerra; si parla di amore, di tradimenti, di amicizia profonda, di libri e del loro potere. Si parla di “quella insolente, caparbia curiosità” che non ti fa mai smettere di combattere e di infilarti nelle situazioni più pericolose neanche quando sarebbe ormai ora di riposare.
E’ un libro ricco e impegnativo, ma dopo aver girato l’ultima pagina mi sentivo già triste e un po’ più sola. Sarà difficile trovare compagni viaggio all’altezza di quelli che mi hanno accompagnata in queste pagine.

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“Quando una fede testardamente vissuta incontra le lettere, ciò che ne nasce è quasi sempre qualcosa di grandioso, nel bene e nel male” (pag. 383)

“Per non dire poi delle menti raffinate che convogliano l’odio delle genti basse, il rancore sordo che cova sempre, verso se stesse, dividendole in fazioni e creando mille pretesti, e mille giochi, perchè queste abbiano a sfogarsi tra loro, con spargimenti di sangue tanto cruenti quanto immotivati, e mai contro coloro che stringono il bastone del comando.” (pag. 470)

Tutta la vita in un abbraccio (Luca Amitrano)

tutta_la_vitaVenerdì sera, all’interno dell’evento Bookcity Milano,  avrò il piacere di conversare con il ballerino e coreografo Luca Amitrano, autore della graphic novel “Tutta la vita in un abbraccio” con protagonista Amira, una sposa bambina che fugge da un passato di violenze ingiustamente subite e riuscirà a ritrovare l’amore per la vita e per la danza.

Luca Amitrano, Cristiano Silvi, Marco Pugliese, Tutta la vita in un abbraccio, Tunué, 2012

Venerdì 14 novembre 2014, ore 19
Sala delle Battaglie – Castello Mediceo
Piazza della Vittoria, 11 – Melegnano
Ingresso libero fino ad esaurimento posti
Per info: melegnano@bibliomilanoest.it – tel. 02 98230653

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Breve storia di (quasi) tutto. (Bill Bryson)

Bryson_breve_storia_quasi_tuttoIl libro più bello che io abbia letto negli ultimi mesi.
Un libro che terrò sul comodino per rileggerlo finchè non avrò imparato tutto per benino, e quindi vita natural durante.

L’autore, che di mestiere fa il giornalista, va dai maggiori esperti di geologia, astronomia, scienze naturali, storia dell’evoluzione, storia della terra, biologia, chimica e dintorni. Da loro si fa spiegare quello che sanno sulla Terra, si chi la abita e sul perchè (perchè la Terra è fatta così, da quanto è così, com’era prima, quali sono le leggi che ne regolano il moto, perchè è abitata proprio dalle specie che le abitano). Se lo fa spiegare più e più volte finchè trova il modo di raccontarlo a chi come me non ne sa assolutamente niente. Facendosi capire e facendo divertire.
Già che c’è racconta anche come la scienza sia arrivata a scoprire quello che sa: i metodi, gli strumenti,i percorsi, le cantonate, le invidie, le distrazioni. I personaggi che popolano questo libro sono naturalmente tutti scienziati ma sono tra le persone più folli che vi capiterà di incontrare.
Non è un libro che si legge d’un fiato. Ci ho messo tre mesi a finirlo. Ma sono stati tre mesi in cui lo aprivo ogni volta come si apre una scatola di tesori per richiuderlo dopo poche pagine appagata e felice.

Lo consiglio a chi come me è affascinato dalle scienze ma non ne sa granchè. Lo consiglio a chi non partecipa a nessuna gara sul numero di libri letti in un anno. Lo consiglio a chi ama, più o meno spesso, allontanarsi dalle storie per dare un’occhiata alla Storia. Lo consiglio, infine, a chi non soffre di vertigini: è un libro che conduce dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo facendoli percepire entrambi con grande forza. Nel primo caso ci si sente nullità. Nel secondo un ammasso di atomi che ha come obiettivo la propria sopravvivenza e non certo la nostra. La testa gira un po’, si perdono per strada larghe fette di presunzione, di orgoglio, di senso di superiorità sulle altre specie, di sicurezza.
Però si guadagna in meraviglia.
Promesso.

 “Uno dei difetti più grandi di Scheele era la curiosa fissazione di voler assaggiare un po’ tutte le sostanze con cui lavorava, comprese alcune notoriamente sgradevoli come il mercurio, l’acido prussico e l’acido cianidrico. Fu proprio l’avventatezza di Scheele a tradirlo: nel 1786, a soli quarantatrè anni, lo trovarono morto al tavolo da lavoro, circondato da una serie di sostanze chimiche tossiche, ciascuna delle quali avrebbe potuto benissimo essere la causa di quell’ultima espressione incredula che aveva stampata sul volto.” (pag. 113)

“Il risultato di tutto ciò è che viviamo in un universo del quale non riusciamo assolutamente a calcolare l’età, circondati da stelle di cui non conosciamo nè la distanza da noi nè quella che le separa le une dalle altre: un universo pieno di una materia che non riusciamo a identificare e che opera secondo leggi fisiche di cui non comprendiamo davvero le proprietà” (pag. 192)

“E’ facile lasciarsi sfuggire questa idea – che la vita, semplicemente, esiste. In quanto esseri umani abbiamo una naturale tendenza a credere che essa debba avere uno scopo. Noi abbiamo progetti, desideri e aspirazioni. Vogliamo sempre trarre un vantaggio dall’inebriante esistenza che ci è stata concessa. Ma per un lichene che cos’è la vita? D’altra parte, il suo impulso ad esistere, a essere, è in tutto e per tutto forte quanto il nostro, se non di più. Se mi dicessero che devo trascorrere decine e decine di anni sotto forma di crescita lanuginosa aggrappata alle rocce di un bosco, credo che perderei la voglia di vivere. I licheni no. Come quasi tutti gli esseri viventi, sopporteranno ogni difficoltà, resisteranno ad ogni insulto, pur di avere un solo istante di vita in più. Per farla breve, la vita vuole solo esistere.” (pag. 369)

A volte ritorno (John Niven)

a volte ritornoL’ho comprato quasi per caso, aggiungendolo ad un ordine online per arrivare alla cifra che mi avrebbe consentito di avere la spedizione gratuita.
L’ho iniziato su un treno durante un’andata e l’ho perso su un autobus al ritorno, due giorni dopo.
Sono corsa a ricomprarlo perchè ero arrivata a due terzi e non solo volevo vedere come andava a finire, ma soprattutto volevo stare dentro quella storia, e  vicino a quei personaggi, ancora per un po’.
Non è un libro per tutti. E anche se mi è piaciuto tantissimo lo regalerò con estrema cautela.
Non è un libro per i credenti o per quelli anche solo un po’ spirituali. Non va bene per le persone sensibili e nemmeno per quelle che si prendono molto sul serio. Non va bene chi non transige sui princìpi, sulla correttezza, sull’onestà. Ma soprattutto non va bene per chi è riuscito, nella sua vita, a stabilire con certezza e rigore quello che è giusto e quello che è sbagliato e a comportarsi sempre di conseguenza.
E’ un libro che potrebbe offendere un sacco di gente. Nel dubbio, non leggetelo.
In questa storia Dio, che è molto diverso da qualunque Dio vi siate mai immaginati, decide che è necessario rimandare suo figlio Gesù sulla Terra a ripetere il suo messaggio.
Duemila anni e la storia si ripete. Con qualche aggravante mica da poco: duemila anni fa, ad esempio, non c’erano i cristiani a mettersi di traverso.
Definirlo un libro dissacrante è riduttivo: alcuni credo non esiterebbero a definirlo blasfemo.
E’ pieno di parolacce.
E’ popolato da drogati, ubriachi, omosessuali, prostitute, disadattati.
E’ uno dei libri migliori che io abbia letto quest’anno ma non ve lo consiglierei mai.
La copertina, con quella specia di Federico Russo aureolato, potrebbe essere da sola un buon deterrente.
Se proprio decidete di leggerlo non me ne assumerò alcuna responsabilità.
Ma se vi conquista chiamatemi.
E soprattutto, in ogni caso, FATE I BRAVI!
(Ho raccolto le canzoni citate nel romanzo in una playlist su Spotify: potrebbe essere una buona colonna sonora durante la lettura del libro.)

Fulmine (Lello Gurrado)

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Fulmine è il protagonista, e il titolo, del nuovo romanzo di Lello Gurrado che presentiamo

Giovedì 29 maggio alle 21.00
presso la biblioteca di Mombretto di Mediglia, Via I° Maggio

E’ una storia che mi ha particolarmente colpita e che quindi vi invito a venire ad ascoltare.

Fulmine nasce e cresce in un piccolo paese della Puglia ma a 18 anni scalpita per andarsene. Grande forza e grande spirito di osservazione, non si rassegna alle ingiustizie e ai soprusi. I suoi eroi sono Nelson Mandela, Martin Luther King, Malcolm X. Ma anche un po’ Michael Jordan. La rabbia della sua età lo spingerebbe, a volte, a spaccare tutto ma ogni volta, prima di farlo, si consulta con il suo professore di italiano delle medie che riesce sempre a convincerlo a cercare la terza via tra la rassegnazione e la violenza.

E’ una storia che sono sicura conquisterà i lettori più diversi: quelli più pigri, perchè è breve e scritta con un linguaggio semplice. Ma anche quelli più accaniti perchè i temi, seppure già ampiamenti sfruttati in molti libri, sono qui trattati con una delicatezza che sorprende. Riuscirà ad emozionare sia adulti che ragazzi.

Vi aspetto giovedì, non vedo l’ora di farvi conoscere Fulmine.

Verderame (Michele Mari)

verderame“Michelino ha tredici anni e ha già letto troppi libri, Felice ne ha sessanta e sta perdendo la memoria”.

Credo basterebbe questo ad incuriosire qualunque lettore di romanzi.
Ma in questo libro c’è molto di più.
C’è la campagna intorno al Lago Maggiore a fine anni Sessanta, ci sono gli sceneggiati in tv, c’è la storia che è passata ma che è rimasta impigliata in quella terra (letteralmente) e ci sono le lumache. Tante lumache.
C’è una scrittura che placa un po’ la  sete di letteratura perchè dopo un po’ ci si stanca di autori che scrivono come parlano (anche se ho il sospetto che Mari parli davvero come scrive, sarebbe bellissimo).
Felice è un uomo senza cognome, con una madre che ha conosciuto e dimenticato, e un padre che non ha mai conosciuto ma che ricorda benissimo.
Michelino è l’unico amico che abbia, è l’unico a preoccuparsi per lui e a lasciarsi incuriosire da quelle punte di iceberg che ogni tanto emergono dalla sua memoria sbriciolata.
Michelino parla un italiano perfetto, da primo della classe.
Felice parla solo in dialetto.
Ma si capiscono alla perfezione.
Un legame intenso e commovente.
Che si regge in bilico su un filo che separa storia e follia, memoria e invenzione fino all’ultima pagina.
Dove non si capisce come va a finire.
Io li odio i romanzi così.
Ma questo l’ho amato profondamente.

 Dentro di me lo chiamavo l’uomo del verderame, perché di tutte le sue mansioni, che prevedevano la cura dell’orto e degli alberi, la manutenzione spicciola della casa, il taglio del prato, l’allevamento di galline e conigli, la preparazione e l’irrorazione del verderame era per un bambino la più fascinosa. Lo vedevo spezzare stecche di verderame solido dentro un bidone di metallo, e ognuna di quelle schegge aveva la sinistra seduzione dei gessi colorati che furono fatali a Mimì, la «bimba sciocca» della canzoncina. Punizioni tremende, avessi solo sfiorato una di quelle schegge: pure, siccome egli le trattava a mani nude ritraendone un turchese che non solo gli tingeva la pelle ma gli si installava permanentemente sotto le unghie, i casi erano due: o il verderame non era così pericoloso, o davvero egli era un mostro. E a questa seconda ipotesi sempre fiducioso mi attenni.
Perché mi voleva bene, quell’essere, ed essere amato da un mostro è la migliore delle protezioni dall’orribile mondo. Certo si macchiava di atti nefandi come l’uccisione delle lumache o lo scuoiamento dei conigli, la cui cruenta pelliccia appendeva ai rami degli alberi senza alcun riguardo alla mia tenerezza: ma ero abbastanza intelligente da capire che a un mostro qualcosa si deve pur concedere. Mio nonno cercava di confondermi attribuendo l’eccidio dei molluschi alla necessità di preservar le lattughe, e il sacrificio dei conigli alla bontà degli umidi imbanditi dalla nonna: ma io sapevo che erano pretesti, che il mostro uccideva con piacere e con pompa e che questo solo contava, la sua barbara soddisfazione di carnefice; e del resto a qualificarlo per mostro bastavano i suoi disgustosi scaracchi, ai quali anche la speciosa dialettica del nonno non poteva trovare giustificazione.

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– Michelín, la va minga
– Perché?
– Mi adess voo a fà ‘l verderam, giüsta?
– Sì
– Poeu voo a dàghel a l’üga, giüsta?
– Giusto.
– Giusto ‘n cass, vacaboia!
– Perchè?
– Se pò dà ‘l verderam cunsciaa inscì? Culúr de la merda?
– Veramente a me sembra un bel noasetino…
– Noasetin sti ciapp!

Ultime lettere da Stalingrado

2014-04-24 11.00.20_1E’ un libricino minuscolo, pubblicato da Einaudi, che contiene 39 brevi lettere scritte da soldati tedeschi ormai accerchiati nei pressi di Stalingrado nel dicembre del 1942. La seconda parte del libro cerca di dare qualche riferimento storico in più per meglio capire in quale contesto quelle lettere sono state scritte.

Esiste qualcosa di più struggente delle lettere scritte da chi sa che sta per morire?
Credo di sì. E’ sapere che nessuna di quelle lettere ha raggiunto le persone a cui erano destinate.
Uomini che da una trincea scavata nell’inverno russo hanno scritto alla moglie, ai genitori, ai figli, all’amante, all’amico, al comandante prima dell’ultimo disperato attacco.
C’è stato chi ha avuto il coraggio di dire a questi soldati “Scrivete!” mentre con lo sguardo comunicava loro che non c’era più alcuna speranza e mentre nel cuore sapeva che quelle lettere servivano al regime nazista per conoscere l’umore delle truppe.
Come se non bastasse immaginarlo, anche da lontano, anche da un ufficio caldo guardando una mappa.
Sono lettere semplici, piene dell’umanità che non si può più nascondere in prossimità della fine.
Poche righe per definire con precisione la dignità di ciascuna di quelle vite.
Sono lettere mai recapitate.
Leggerle mi ha fatto credere di poter dar loro un po’ di pace.

“Ci siamo rispettati e amati e abbiamo atteso per due anni. È stato giusto, in un certo senso, che il tempo ci abbia diviso: ha aumentato il desiderio di rivederti, ma ha pure facilitato di molto il distacco. Ed è il tempo che può rimarginare la ferita per il mio mancato ritorno. In gennaio avrai ventotto anni, è ancora un’età molto giovane per una donna tanto bella, ed io sono contento di averti sempre potuto fare questo complimento. Sentirai molto la mia mancanza, ma non sfuggirai gli altri per questo. Lascia passare un paio di mesi, ma non di più. Gerdrud e Claus hanno bisogno di un padre. Non dimenticare che devi vivere per i figli, non darti tanta pena per il loro padre. I bambini dimenticano in fretta, soprattutto alla loro età. Guarda bene all’uomo che scegli, sta’ attenta ai suoi occhi e a come stringe la mano, come abbiamo fatto noi, e non sarai delusa. Una cosa soprattutto: educa i bambini a diventare gente che può camminare a testa alta e che può guardare in faccia a tutti. Ti scrivo queste righe col cuore pesante. Del resto tu non mi crederesti, se ti dicessi che mi è facile scrivere così, ma non ti preoccupare, non ho paura di ciò che avviene. Ripetilo sempre e continuamente, e anche ai bambini, quando saranno più grandi, che il loro padre non è mai stato un vigliacco e che anche loro non dovranno esserlo mai.”

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“Infine, i fatti personali. Puoi essere certo che tutto finirà in modo decente. é un po’ presto a trent’anni, lo so. Niente sentimentalismi. Un bacio alla mamma (stai attento, papà, ricordati del suo mal di cuore). Per il resto, saluti a tutti gli altri. Mano all’elmetto, papà, il tenente…prende congedo da te.”

Tempo di voltare pagina.

Librinprestito è nato nel 2004, più o meno in questi mesi.

Studiavo in quel periodo. Anche se ero già moglie, madre e impiegata a tempo pieno. Mi comportavo ugualmente come una svogliata universitaria qualsiasi: a ridosso degli esami oltre a diventare particolarmente nervosa diventavo anche particolarmente allergica ai libri. Era in genere il segnale che ero pronta, che avevo studiato  abbastanza, ma lo capivo sempre e solo dopo l’esame. E quindi mi aggiravo per casa alla ricerca disperata di qualunque cosa mi distogliesse dalla nausea che avvertivo per lo studio.

Finivo, di solito, a spolverare e riordinare i libri sugli scaffali.

E’ tutto partito da lì.

Sono successe poi tante cose, molte bellissime, altre un po’ meno. Librinprestito mi ha sempre accompagnata ma da qualche tempo abbiamo capito entrambi che dovevamo separare le nostre strade.

Librinprestito si ferma qui.  Tra le tante cose che insegna un libro è che quando arrivi in fondo ad una pagina, bella o brutta che sia, devi voltarla.

Manterrò questo blog su wordpress dove cercherò di essere un po’ più presente. Parlerò sicuramente di libri, non so ancora in che forma. Il sogno è sempre quello di farlo insieme a qualcun altro ma per questo servirebbe un miracolo (o forse basterebbe un carattere un po’ più socievole del mio).

Ringrazio tutti quelli che hanno partecipato, in maniera silenziosa o lasciando tracce vivide. Mi avete stupita ed emozionata oltre ogni aspettativa.

Grazie. Grazie. Grazie.

 

 

 

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